Fuoco, Innesco: cacciata dall'Eden

Fuoco, Innesco: cacciata dall’Eden è il titolo della mia personale negli spazi della galleria Tiziana Di Caro a Napoli. Ho esposto una serie di lavori, sviluppati durante il 2022, che vede come soggetti la ciclicità e la hybris e che individua, nei soprusi commessi dal genere umano contro la natura e, dunque, contro sé stesso il riflesso della maggior parte delle scelte infauste perpetuate dalla nostra specie nella sua storia. Nella mia ricerca il legno trascende la sua condizione di mero materiale facendosi simbolo della sostanza umana di un popolo, della sua storia e delle sue volontà. La mostra si articola nei tre ambienti della galleria che ho suddiviso in: passato, presente e futuro. Ho concepito la prima stanza come una cappella gentilizia: il disegno Mela con il suo mucchio di cortecce a forma di chiave, è posto supino su di un ripiano - come un sarcofago - e punta nella direzione di Sole morente, un piccolo disegno raffigurante un cigno, incastonato in una vecchia stufa sovietica proveniente da Charkiv. Vedo contemporaneamente - nel dialogo tra questa grande chiave e questa piccolo incavo-serratura - sia il gravoso rapporto che l’occidente collettivo ha con la sua storia sia il suo compulsivo bisogno di riscriverla. Nella seconda sala Kundalini Tellurico, una grande carta sulla quale campeggia un albero i cui rami intrecciano una svastica, si confronta con Kinensis (Bukkake), un libro d’artista le cui pagine, piene di annotazioni, correzioni e insulti, illustrano una fittizia teoria ermetica. Come in quello precedente, anche nel confronto fra questi due lavori vi è una metafora delle grandi minacce che incombono sulle nostre società e del nostro conseguente disorientamento. Nell’ultima stanza una serie di piccoli disegni vedono come soggetto gli arcani maggiori sui quali sono stati stampati, a caratteri mobili, i testi di Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin a rovescio. Questi ultimi si confrontano con Piccola scorticata, un disegno a china che rappresenta un’antica punizione che le popolazioni germaniche infliggevano a chiunque scorticasse una betulla, albero allora sacro, banale materiale da mobilio oggi. In quest’ultimo dialogo, speranze e sogni di cambiamento stridono con una realistica, retriva quanto brutale prospettiva di spietato sfruttamento.

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